Memoria e diritto: la Corte d’Appello conferma le assoluzioni per il rito del «Presente» La quarta sezione della Corte d’Appello di Milano ha posto un sigillo giuridico di rilievo su una delle controversie più dibattute degli ultimi anni, confermando l'assoluzione per i ventitré militanti accusati di apologia del fascismo. Al centro del procedimento, i saluti romani eseguiti durante il corteo commemorativo per Sergio Ramelli nell'aprile 2019. La decisione dei magistrati milanesi ribadisce la linea già tracciata in primo grado, consolidando un orientamento interpretativo che distingue rigorosamente tra la gestualità rituale e il pericolo concreto di riorganizzazione del disciolto partito fascista. Il verdetto assume una valenza significativa se letto in controluce rispetto ai precedenti giurisprudenziali. Solo l’anno precedente, infatti, manifestazioni analoghe erano state sanzionate con verdetti di condanna, alimentando un clima di incertezza normativa. La sentenza odierna sembra invece voler stabilizzare il perimetro della rilevanza penale, ancorando l'applicazione delle leggi Scelba e Mancino a un’analisi rigorosa del contesto. Per i giudici, il cerimoniale in onore del giovane militante del Fronte della Gioventù ucciso nel 1975 non ha valicato i confini della commemorazione simbolica per trasformarsi in una minaccia all'ordine democratico. L’architettura della sentenza riflette una sensibilità giuridica che privilegia la natura commemorativa e quasi liturgica dell’evento. Secondo la tesi difensiva, accolta dal collegio, il saluto romano e l'appello del «presente» non sono stati strumentali alla propaganda di ideologie discriminatorie o antidemocratiche, bensì espressione di un omaggio funebre radicato nella tradizione della destra identitaria. Questo distinguo, sebbene sottile, rappresenta il fulcro attorno al quale ruota l'attuale orientamento della magistratura, chiamata a bilanciare la tutela dei valori costituzionali con il diritto alla libertà di espressione e di rito. La pronuncia giunge in un momento di particolare fermento nel dibattito pubblico, dove l'ostentazione di simbologie del Ventennio solleva regolarmente interrogativi sull'attualità dei presidi antifascisti. Tuttavia, la Corte ha scelto di non cedere a suggestioni di natura politica, mantenendo il focus sulla condotta specifica dei ventitré imputati. Il proscioglimento conferma che, in assenza di prove circa una reale volontà di ricostituzione di formazioni vietate, il gesto atletico del braccio teso – pur se divisivo e carico di significati storici controversi – non integra automaticamente gli estremi del reato. Questo nuovo capitolo della cronaca giudiziaria milanese è destinato a diventare un punto di riferimento per la dottrina, definendo con maggiore nitidezza i confini tra l'apologia sanzionabile e la manifestazione del pensiero in forma di rito commemorativo. Mentre la società civile continua a interrogarsi sul peso delle ombre del passato, la giustizia si affida al rigore dei codici per interpretare i complessi intrecci tra memoria storica e legalità repubblicana. ✍️ Elaborato dalla redazione di Overluxe