L'estate dei grandi festival all'aperto: da Verona a Ravello, da Macerata ai Fori Imperiali, la stagione in cui la grande musica esce dai teatri e va sotto le stelle, e una piccola guida ai più bei luoghi d'Italia dove ascoltare l'opera e la musica nelle notti d'estate Ogni estate, in Italia, la grande musica abbandona le sale chiuse dei teatri e va all'aperto—nelle arene romane, nei giardini a picco sul mare, nelle piazze storiche, fra le rovine antiche. È una tradizione che unisce la grande musica colta alla bellezza dei luoghi e alla magia delle notti estive. Dall'Arena di Verona, il più grande teatro lirico all'aperto del mondo, al Festival di Ravello affacciato sulla Costiera Amalfitana, dallo Sferisterio di Macerata ai concerti fra i Fori Imperiali di Roma. Una piccola guida ai più bei festival musicali estivi italiani, e una riflessione su perché la musica all'aperto, d'estate, ha una magia tutta sua. Vale la pena di scoprirli.
Una piccola scena. Una sera di luglio, alle nove e mezza, nell'Arena di Verona—il grande anfiteatro romano costruito nel primo secolo dopo Cristo, nel cuore della città di Romeo e Giulietta. È quasi buio. Ventiduemila persone hanno preso posto sulle antiche gradinate di pietra dell'anfiteatro—le stesse pietre su cui, duemila anni fa, i romani assistevano ai combattimenti dei gladiatori. Molti spettatori, secondo una tradizione consolidata, tengono in mano una piccola candela. Poco prima dell'inizio dello spettacolo, le luci si spengono del tutto.
E allora, nell'oscurità dell'anfiteatro, si accendono migliaia di piccolefiammelle—le candele degli spettatori, che punteggiano le gradinate di luce tremolante, come un cielo stellato rovesciato. È un momento di pura magia—uno dei più suggestivi di tutta l'esperienza musicale italiana. Poi, nel silenzio, l'orchestra attacca. E sotto il cielo stellato di una notte d'estate veronese, nell'anfiteatro romano di duemila anni, comincia a risuonare la grande musica dell'opera—forse l'"Aida" di Verdi, con i suoi cori sontuosi e le sue scene grandiose, l'opera per eccellenza dell'Arena. È, in fondo, una delle esperienze più belle che l'estate italiana possa offrire. È l'inizio di una serata all'Arena di Verona—uno dei tanti grandi festival musicali estivi all'aperto che, ogni anno, rendono l'estate italiana una stagione di straordinaria ricchezza musicale. Vale la pena di conoscerli.
L'Italia ha una tradizione unica al mondo—quella della grande musica all'aperto d'estate.
Mentre durante l'inverno la musica colta vive nelle sale chiuse dei teatri d'opera e delle sale da concerto, d'estate—approfittando del clima mite e delle lunghe serate—la musica esce all'aperto. Va nelle arene romane, nei giardini, nelle piazze storiche, fra le rovine antiche, nei cortili dei palazzi, sui sagrati delle chiese. È una tradizione che unisce due delle più grandi ricchezze italiane—il patrimonio musicale e il patrimonio paesaggistico e monumentale.
Ascoltare l'opera in un anfiteatro romano, o un concerto sinfonico in un giardino a picco sul mare, o la musica da camera in un chiostro medievale, è un'esperienza che unisce il piacere dell'ascolto al piacere della bellezza dei luoghi e alla magia delle notti estive. È, in fondo, una delle cose più belle che l'Italia sa offrire—e che pochi altri paesi al mondo possono eguagliare.
Vale la pena, per chi ama la musica (e anche per chi vuole semplicemente vivere una serata indimenticabile), di scoprire i grandi festival musicali estivi italiani.
L'Arena di Verona, il tempio dell'opera all'aperto Il più celebre e più grande di tutti è il Festival lirico dell'Arena di Verona. L'Arena è un anfiteatro romano costruito intorno al 30 dopo Cristo—uno dei meglio conservati al mondo, il terzo per dimensioni dopo il Colosseo di Roma e l'anfiteatro di Capua. Per quasi duemila anni ha ospitato spettacoli di ogni tipo—dai combattimenti dei gladiatori dell'epoca romanafino alle giostre medievali. Dal 1913—anno in cui vi fu rappresentata l'"Aida" di Verdi per celebrare il centenario della nascita del compositore—l'Arena è diventata il più grande teatro lirico all'aperto del mondo. Ogni estate, da giugno a settembre, vi si tiene una stagione di opere liriche di grande richiamo—rappresentazioni grandiose, con cast internazionali, scenografie monumentali, cori e orchestre di centinaia di elementi. L'"Aida"—con le sue scene egizie sontuose, i suoi cori trionfali, i suoi elefanti (un tempo veri, oggi rappresentati in altri modi)—è l'opera-simbolo dell'Arena. Ma vi si rappresentano anche tutti i grandi titoli del repertorio—la "Carmen", la "Turandot", la "Traviata", il "Nabucco", la "Tosca". L'Arena può ospitare oltre ventimila spettatori a serata—un numero enorme, che rende ogni rappresentazione un evento di massa, ma senza perdere la magia. La tradizione delle candele accese all'inizio dello spettacolo, la grandiosità dell'anfiteatro, il cielo stellato sopra le gradinate, fanno di una serata all'Arena un'esperienza unica. È, per molti, una delle cose da fare almeno una volta nella vita.
Una cosa bella dell'Arena è la sua accessibilità—nel senso che non è un festival solo per appassionati esperti o per pubblico facoltoso. I biglietti per le gradinate di pietra (i posti meno cari, gli stessi su cui sedevano gli antichi romani) costano relativamente poco, e permettono a un pubblico vastissimo, internazionale, di ogni età e estrazione, di vivere l'esperienza della grande opera. È uno dei pochi luoghi al mondo dove l'opera lirica—un genere spesso percepito come elitario—diventa davvero uno spettacolo popolare, di massa, condiviso da decine di migliaia di persone. È, in questo senso, un luogo prezioso—un luogo dove la grande cultura incontra il grande pubblico, dove la musica colta vive ancora come esperienza collettiva e popolare. Vale la pena di andarci—anche solo una volta, anche solo per le gradinate di pietra, anche solo per vivere quella magia delle candele accese sotto il cielo stellato.
Ravello, la musica a picco sul mare Se l'Arena di Verona è il festival della grandiosità e della massa, il Festival di Ravello è il festival della bellezza e della raffinatezza. Ravello è un piccolo borgo della Costiera Amalfitana, arroccato su una collina a trecentocinquanta metri sopra il mare, in una posizione di bellezza straordinaria. Da secoli è un luogo amato da artisti, musicisti, scrittori—Wagner vi soggiornò nel 1880 e vi trovò l'ispirazione per il giardino magico di Klingsor nel suo "Parsifal" ("Klingsor's magischer Garten ist gefunden!"—"Il giardino magico di Klingsor è trovato!", scrisse nel registro di Villa Rufolo). Da quell'ispirazione wagneriana è nato, nel Novecento, il Festival di Ravello—un festival di musica (soprattutto sinfonica e da camera, ma anche jazz e altri generi) che si tiene ogni estate nei giardini e nelle ville del borgo. Il momento-simbolo del festival sono i concerti all'alba—concerti che cominciano prima del sorgere del sole, sul celebre belvedere di Villa Rufolo, mentre il sole sorge lentamente dal mare, illuminando la Costiera Amalfitana. È un'esperienza di una bellezza quasi mistica—la grande musica eseguita all'aperto, su una terrazza a picco sul mare, mentre il sole sorge sull'orizzonte. Pochi luoghi al mondo offrono un'esperienza simile.
Il palco del Festival di Ravello—un palco costruito appositamente, che sembra sospeso nel vuoto sopra la Costiera, progettato dall'architetto Niemeyer—è uno dei luoghi più scenografici per ascoltare musica al mondo. I concerti si tengono nei giardini di Villa Rufolo, con lo sfondo del mare e della costa. È un festival di altissimo livello, che attira grandi orchestre e grandi solisti internazionali. Ma è soprattutto un festival in cui la musica si fonde con la bellezza assoluta del luogo—dove l'esperienza dell'ascolto è inseparabile dall'esperienza del paesaggio. È, in fondo, l'essenza stessa di ciò che la musica all'aperto italiana sa offrire—la grande musica immersa nella grande bellezza.
Macerata, Roma, e gli altri Oltre a Verona e Ravello, l'estate italiana offre molti altri grandi festival musicali all'aperto. Lo Sferisterio di Macerata, nelle Marche, è un altro grande teatro lirico all'aperto—un edificio neoclassico dell'Ottocento, originariamente costruito per il gioco del pallone col bracciale (uno sport popolare del tempo), trasformato in teatro lirico nel Novecento. Ha un'acustica eccezionale e una caratteristica forma allungata che crea un rapporto particolare fra palco e pubblico. Lo Sferisterio ospita ogni estate una stagione lirica di grande qualità, meno turistica e più raccolta di quella di Verona, molto amata dagli appassionati. A Roma, l'estate offre concerti in luoghi straordinari—i concerti fra i Fori Imperiali, le rappresentazioni alle Terme di Caracalla (le grandiose rovine delle terme romane, dove il Teatro dell'Opera di Roma porta in scena opere e balletti d'estate—una delle esperienze più suggestive dell'estate romana, con le rovine antiche illuminate come sfondo). A Torre del Lago, in Toscana, il Festival Pucciniano celebra ogni estate Giacomo Puccini nel luogo dove il compositore visse e compose, sulle rive del lago di Massaciuccoli.
E poi ci sono i festival di musica non operistica—il Festival dei Due Mondi di Spoleto (uno dei più importanti festival multidisciplinari d'Italia, fondato nel 1958, che unisce musica, teatro, danza); il Ravenna Festival, che porta la musica fra i celebri mosaici bizantini della città; il Festival di Stresa sul Lago Maggiore; il Lucca Summer Festival (di musica pop e rock, in piazza Napoleone); l'Umbria Jazz di Perugia (uno dei più importanti festival jazz d'Europa). E i grandi festival di musica colta in luoghi storici—il Festival della Valle d'Itria di Martina Franca (di cui ho parlato nel numero precedente), il MITO SettembreMusica fra Milano e Torino, e moltissimi altri.
L'Italia, d'estate, è letteralmente costellata di festival musicali—centinaia di eventi, in ogni regione, in ogni tipo di luogo. È una ricchezza culturale straordinaria, di cui non sempre siamo consapevoli.
Perché la musica all'aperto, d'estate, ha una magia tutta sua C'è qualcosa di speciale nella musica ascoltata all'aperto, d'estate, di sera. È un'esperienza qualitativamente diversa da quella della musica ascoltata in una sala da concerto chiusa. In parte è una questione di atmosfera—il cielo stellato, l'aria mite della sera, la bellezza dei luoghi, la sensazione di vivere un momento speciale fuori dall'ordinario. In parte è una questione di condivisione—i grandi festival all'aperto sono esperienze collettive, di massa, condivise con centinaia o migliaia di altre persone, e questa dimensione collettiva aggiunge qualcosa all'esperienza musicale. In parte, forse, è qualcosa di più profondo—un ritorno alle origini stesse della musica e del teatro, che nell'antichità (si pensi ai teatri greci e romani all'aperto) erano sempre esperienze all'aperto, sotto il cielo, in comunione con la natura e con la comunità. Ascoltare musica all'aperto, d'estate, è in fondo un ritorno a qualcosa di antico, di originario, di profondamente umano.
Vale la pena, quindi, di approfittare dell'estate per vivere almeno una di queste esperienze. Non serve essere esperti di musica classica—anzi, i festival all'aperto sono spesso il modo migliore per avvicinarsi alla grande musica per chi non la conosce. L'atmosfera è meno intimidatoria di quella di un teatro d'opera, l'esperienza è più immediata, più sensoriale, più coinvolgente. Una serata all'Arena di Verona, un concerto all'alba a Ravello, un'opera alle Terme di Caracalla— sono esperienze che restano nella memoria, che fanno scoprire (o riscoprire) la bellezza della grande musica, che regalano una di quelle serate indimenticabili che danno senso a un'estate.
In un'epoca in cui passiamo sempre più tempo davanti agli schermi, chiusi in casa, isolati, queste esperienze di musica dal vivo, all'aperto, condivise con altri, sotto il cielo stellato, hanno un valore particolare. Sono un piccolo antidoto alla solitudine e alla virtualità del nostro tempo.
Sono un modo di tornare a qualcosa di reale, di sensoriale, di umano, di bello. Vale la pena, quest'estate, di concedersene almeno una. L'Italia, in questo, offre più di qualunque altro paese al mondo. Sarebbe un peccato non approfittarne.
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L'amore tardivo: quando l'amore arriva—o ritorna— nella seconda metà della vita, e perché l'amore maturo, lungi dall'essere un pallido riflesso di quello giovanile, può essere la forma più piena e più vera di tutte La nostra cultura associa l'amore alla giovinezza—la passione, l'innamoramento, il desiderio sembrano fenomeni dei vent'anni. Eppure l'amore arriva, qualche volta, molto più tardi—a cinquanta, a sessanta, a settant'anni. Dopo un lutto, dopo un divorzio, dopo anni di solitudine, o semplicemente quando meno ce lo si aspetta. L'amore tardivo è un fenomeno poco raccontato, spesso guardato con un sorriso indulgente o con imbarazzo. In realtà, è una delle esperienze più belle e più profonde che la vita possa offrire. Vale la pena di parlarne—con serietà, con rispetto, con tenerezza.
Una piccola scena. Una donna di sessantotto anni mi raccontò, qualche tempo fa, una storia che mi è rimasta dentro. Era rimasta vedova a sessantatré anni—il marito, con cui aveva condiviso quarant'anni di vita, era morto di una malattia improvvisa. Aveva passato i due anni successivi in una solitudine profonda. Non depressa, mi disse—ma sola, in una casa diventata troppo grande e troppo silenziosa, con ifigli ormai adulti e lontani, con le giornate vuote da riempire. Si era rassegnata all'idea che la parte della propria vita dedicata all'amore fossefinita.
"Avevo amato mio marito"—mi disse—"avevo avuto la mia storia d'amore, la mia famiglia, la mia vita di coppia. Pensavo che quella parte fosse chiusa per sempre. A sessantacinque anni, mi dicevo, non si comincia una nuova storia d'amore. Sarebbe ridicolo. Mi sarei sentita stupida, fuori posto". Poi—mi raccontò—era successa una cosa che non aveva previsto. Si era iscritta a un corso di pittura, per riempire il tempo, per uscire di casa, per conoscere persone.
Al corso aveva conosciuto un uomo—un vedovo di settant'anni, anche lui solo, anche lui in cerca di qualcosa che riempisse le giornate. Erano diventati amici. Poi, lentamente, qualcosa di più. "Mi sono accorta"—mi disse—"che provavo, alla mia età, qualcosa che non provavo da decenni. Una specie di emozione, di attesa, di felicità. Aspettavo il giorno del corso per rivederlo. Mi preparavo con cura. Provavo, a sessantotto anni, qualcosa che assomigliava terribilmente all'innamoramento". Si fermò un attimo, poi mi disse, con un sorriso un po' imbarazzato e un po' luminoso: "non avrei mai creduto che potesse succedere. Eppure è successo. Mi sono innamorata di nuovo a sessantotto anni. E ti dirò una cosa—è forse l'amore più bello, più sereno, più vero della mia vita".
Quella conversazione mi è rimasta dentro. La donna aveva nominato—con quel suo misto di imbarazzo e di luminosità—un fenomeno di cui si parla troppo poco. L'amore tardivo. L'amore che arriva, o ritorna, nella seconda metà della vita—a cinquanta, a sessanta, a settant'anni e oltre. È un fenomeno che la nostra cultura tende a ignorare, a minimizzare, qualche volta a guardare con un sorriso indulgente, come se fosse una cosa un po' ridicola, un po' fuori posto, un po' patetica. "Amori senili", si dice qualche volta, con una sfumatura di condiscendenza. In realtà, l'amore tardivo è una delle esperienze più belle, più profonde e più importanti che la vita umana possa offrire. Ed è, in un'epoca in cui le persone vivono sempre più a lungo e in cui sempre più persone si ritrovano sole nella seconda metà della vita (per vedovanza, per divorzio, per scelta), un fenomeno sempre più diffuso. Vale la pena di parlarne—con serietà, con rispetto, con tenerezza. Vale la pena, soprattutto, di liberarlo dai pregiudizi che lo circondano.
Il pregiudizio della giovinezza La nostra cultura associa strettamente l'amore alla giovinezza. Le canzoni d'amore, ifilm romantici, i romanzi parlano quasi sempre di giovani che si innamorano. L'iconografia dell'amore—i corpi belli, la passione travolgente, il desiderio ardente—è un'iconografia giovanile. L'idea implicita, diffusissima, è che l'amore—quello vero, quello pieno, quello appassionato—sia un fenomeno dei vent'anni e dei trent'anni. Che dopo, con l'avanzare dell'età, l'amore si trasformi in qualcos'altro—affetto, compagnia, abitudine—ma perda la propria intensità, la propria passione, la propria pienezza. E che, oltre una certa età, l'amore romantico semplicemente non sia più appropriato—diventi una cosa un po' ridicola, un po' imbarazzante, da evitare o da nascondere. È un pregiudizio profondo, radicato, spesso interiorizzato dalle persone stesse—come la donna del corso di pittura, che si vergognava di provare, a sessantotto anni, qualcosa che assomigliava all'innamoramento.
È un pregiudizio profondamente sbagliato. Sbagliato per più ragioni. La prima è che la capacità di amare—di provare affetto, desiderio, passione, tenerezza, attaccamento—non scompare con l'età. Cambia, si trasforma, ma non scompare. Le persone anziane provano emozioni intense quanto i giovani—forse, sotto certi aspetti, più intense, perché più consapevoli, più profonde, più cariche di esperienza. L'idea che oltre una certa età non si possa più amare appassionatamente è semplicemente falsa—lo sanno bene tutte le persone che hanno vissuto un amore tardivo, e lo confermano gli studi sulla psicologia dell'invecchiamento. La capacità di amare è una delle ultime cose che ci abbandona—se mai ci abbandona del tutto.
La seconda ragione per cui il pregiudizio è sbagliato è che l'amore tardivo ha qualità che l'amore giovanile spesso non ha. È un punto importante, che vale la pena di approfondire.
Perché l'amore tardivo, lungi dall'essere un pallido riflesso, una versione sbiadita dell'amore giovanile, può essere—in molti modi—una forma più piena, più matura, più vera di amore.
Cosa rende speciale l'amore tardivo Cosa rende speciale l'amore tardivo? Diverse cose. La prima è la consapevolezza. Quando ci si innamora a vent'anni, lo si fa con poca esperienza, con molte illusioni, con aspettative spesso irrealistiche. Si proietta sull'altra persona un ideale, un sogno, che spesso ha poco a che fare con la realtà. Quando ci si innamora a sessanta o settant'anni, lo si fa con tutta l'esperienza di una vita—si conosce sé stessi, si conoscono gli esseri umani, si sa cosa è importante e cosa non lo è in una relazione. Si ama l'altra persona per quella che è realmente, non per un ideale proiettato. È un amore più realistico, più consapevole, più maturo—e proprio per questo, spesso, più solido e più vero.
La seconda cosa che rende speciale l'amore tardivo è l'assenza di molte delle pressioni e delle complicazioni che gravano sull'amore giovanile. Quando ci si innamora a vent'anni o a trent'anni, l'amore è intrecciato con mille altre cose—la costruzione di una carriera, la formazione di una famiglia, le pressioni economiche, le aspettative sociali, la gelosia, l'ambizione, l'insicurezza. L'amore tardivo, spesso, è più libero da tutto questo. Le carriere sono concluse o avviate. Ifigli sono cresciuti. Le grandi battaglie della vita sono state combattute. Resta, più puro, l'essenziale—la compagnia, l'affetto, la tenerezza, il piacere di stare insieme, di condividere le giornate. È un amore più sereno, meno tormentato, più centrato su ciò che conta davvero. Le persone che vivono un amore tardivo spesso raccontano proprio questo—una serenità, una leggerezza, una pace che gli amori giovanili, più tormentati, non avevano.
La terza cosa—forse la più profonda—è la consapevolezza del tempo. Quando si ama a vent'anni, si ha (o si crede di avere) tutto il tempo del mondo davanti a sé. L'amore è dato per scontato, proiettato in un futuro che sembra infinito. Quando si ama a settant'anni, si sa—con una consapevolezza che solo l'età porta—che il tempo è limitato, prezioso, contato. Questa consapevolezza, lungi dal rendere l'amore tardivo triste, lo rende più intenso, più prezioso, più pieno. Ogni giorno insieme è vissuto come un dono, non come una cosa scontata. Ogni momento condiviso ha un valore che la giovinezza, con la sua illusione di eternità, non sa cogliere. È un amore che sa di essere mortale—e proprio per questo lo vive con una pienezza, una gratitudine, una intensità particolari. È, in fondo, l'amore che ha capito cosa è davvero importante nella vita.
Le forme dell'amore tardivo L'amore tardivo ha molte forme. C'è l'amore di chi, rimasto vedovo o vedova dopo un lungo matrimonio, trova—come la donna del corso di pittura—un nuovo amore nella vecchiaia. È una situazione sempre più frequente, con l'allungamento della vita. Sono persone che hanno amato profondamente il proprio coniuge defunto, e che scoprono—qualche volta con sorpresa e con un senso di colpa iniziale—di poter amare di nuovo. È importante dire una cosa, su questo: il nuovo amore non cancella, non tradisce, non diminuisce l'amore precedente. Il cuore umano è capace di amare più di una volta, in tempi diversi, senza che un amore neghi l'altro. Chi trova un nuovo amore dopo un lutto non ama meno la persona perduta—semplicemente, scopre di avere ancora amore da dare, e da ricevere. È una scoperta che andrebbe celebrata, non vissuta con sensi di colpa.
C'è poi l'amore di chi, dopo un divorzio o una lunga solitudine, trova un compagno o una compagna nella maturità. Sono persone che hanno magari alle spalle relazioni fallite, delusioni, ferite—e che, contro ogni aspettativa, contro il proprio stesso scetticismo, si ritrovano ad amare di nuovo. È un amore che ha il sapore di una seconda possibilità, di una rinascita, di un dono inatteso. C'è l'amore di chi, magari single per tutta la vita, trova tardi—a cinquanta, a sessant'anni—la persona giusta, dopo averla cercata invano per decenni. E c'è, infine, l'amore che ritorna—le coppie che si erano lasciate da giovani e che si ritrovano da anziani, dopo decenni, scoprendo che qualcosa, fra loro, era rimasto vivo per tutto quel tempo. Sono storie che capitano più spesso di quanto si creda—storie di una bellezza commovente, che dimostrano quanto sia profonda e tenace la capacità umana di amare.
Una riflessione finale Vale la pena, in conclusione, di liberare l'amore tardivo dai pregiudizi che lo circondano. Vale la pena di smettere di guardarlo con quel sorriso indulgente, con quell'imbarazzo, con quella condiscendenza con cui spesso lo guardiamo. L'amore tardivo non è una cosa ridicola, né patetica, né fuori posto. È una delle esperienze più belle, più profonde, più piene che la vita umana possa offrire—forse, sotto certi aspetti, la più bella di tutte, perché vissuta con la consapevolezza, la maturità, la gratitudine che solo l'età porta. Vale la pena, per chi lo sta vivendo, di viverlo senza vergogna, con pienezza, con gioia. Vale la pena, per chi sta intorno—i figli, gli amici, la società—di rispettarlo, di sostenerlo, di celebrarlo, invece di guardarlo con imbarazzo. E vale la pena, per chi pensa che ormai sia troppo tardi per l'amore, di non chiudere mai del tutto la porta—perché l'amore, come dimostrano migliaia di storie, può arrivare a qualunque età, quando meno ce lo si aspetta, e regalare anni di una felicità che non si credeva più possibile.
La donna del corso di pittura, allafine della nostra conversazione, mi disse una cosa che ricordo bene. Mi disse: "sai, per i primi mesi mi vergognavo. Mi sembrava sbagliato, alla mia età, provare quello che provavo. Mi sembrava di tradire mio marito, di fare una cosa fuori posto, ridicola per una donna di quasi settant'anni. Poi un giorno una mia amica, più saggia di me, mi ha detto una frase che mi ha liberata. Mi ha detto: 'ma chi ti ha detto che l'amore ha una scadenza? L'amore è un dono. Se ti arriva a settant'anni, è un dono ancora più grande, perché ne hai ancora più bisogno e lo sai apprezzare di più. Non sprecarlo per orgoglio o per vergogna. Vivilo. Sei fortunata che ti sia arrivato'. Aveva ragione. Ho smesso di vergognarmi.
Ho cominciato a vivere questo amore con tutta la gioia che merita. E ti assicuro—non c'è niente di ridicolo. C'è solo una vecchia donna felice, che non credeva di poterlo essere ancora, e che ringrazia ogni giorno la vita per questo dono inatteso". È, in fondo, una piccola grande lezione. L'amore non ha età. Non ha scadenza. Può arrivare in qualunque momento della vita, e quando arriva—a vent'anni come a settanta—è sempre un dono. Vale la pena di accoglierlo, sempre, con gratitudine. Vale la pena, soprattutto, di non chiudergli mai la porta in faccia—per orgoglio, per vergogna, per il pregiudizio che ci dice che a una certa età non è più il caso. È sempre il caso. L'amore,finché siamo vivi, è sempre il caso.