Nel 277° anniversario della nascita di Johann Wolfgang von Goethe, la dimora di Via del Corso 18 a Roma — sede del museo e centro studi della Casa di Goethe — offre una prospettiva documentaria di primissimo ordine sul soggiorno svolto dal poeta tedesco in Italia tra il settembre 1786 e il maggio 1788. Al di fuori del perimetro strettamente letterario e iconografico associato al celebre scritto Viaggio in Italia, le collezioni e il fondo archivistico conservati nella capitale rivelano una dimensione fondamentale e spesso secondaria nella percezione comune: l'attività di Goethe come osservatore scientifico, geologo e mineralogista sul campo.
La conservazione materiale dei taccuini e degli appunti manoscritti redatti durante i mesi romani testimonia una metodologia di indagine fondata sul rilievo empirico e sull'analisi diretta del territorio. In un'epoca in cui la conoscenza della geografia e della storia naturale si trasformava sotto l'impulso delle scienze moderne, Goethe applicò al paesaggio del Lazio lo stesso rigore analitico impiegato nel corso dei suoi incarichi amministrativi presso la corte di Weimar, dove si era occupato personalmente della riapertura e della gestione delle miniere di argento e rame di Ilmenau.
L'osservatore empirico di Via del Corso: oltre il mito del soggiorno letterario
L'appartamento di Via del Corso 18, condiviso da Goethe con il pittore Johann Heinrich Wilhelm Tischbein e con altri artisti della comunità germanica a Roma, costituì il quartier generale di un'esplorazione sistematica che travalicava i confini dell'antiquaria e dell'arte classica. Durante la sua permanenza, il poeta non limitò la sua attenzione ai monumenti dell'antichità romana o ai capolavori del Rinascimento, ma estese la sua ricerca alla natura fisica della campagna circondante la città.
L'archivio della Casa di Goethe custodisce carte autografe, schede di catalogazione e corrispondenze che mettono in luce un programma di lavoro quotidiano orientato all'esame dei suoli. I taccuini del 1787 contengono rilievi precisi sulla natura geologica dell'area vulcanica laziale, annotati con una grafia minuta e accompagnati da sezioni stratigrafiche abbozzate a penna. La permanenza di queste carte rappresenta una prova storica tangibile di un approccio metodologico che rifiutava le mere speculazioni teoriche per privilegiare l'esame diretto della materia lapidea.
Per Goethe, la comprensione di Roma e del suo territorio non poteva prescindere dalla conoscenza della base minerale su cui la civiltà urbana era stata edificata. Il tufo di origine vulcanica, il peperino dei Colli Albani, il travertino delle cave di Tivoli e i basalti delle colate antiche vennero analizzati nella loro struttura fisica, nel loro peso specifico, nella loro resistenza meccanica e nella loro reazione agli agenti atmosferici.
La materia del Lazio: i taccuini del 1787 e l'analisi dei basalti
Nel corso del 1787, Goethe intraprese numerose escursioni nei dintorni della capitale, dirigendosi in particolare verso l'area del Vulcano Laziale, i Monti Albani e la zona di Marino e Castel Gandolfo. Durante queste uscite sul terreno, il poeta raccoglieva campioni di roccia, misurava le inclinazioni degli strati e annotava la presenza di inclusione di altri minerali all'interno delle matrici vulcaniche.
Pagine manoscritte risalenti a quella stagione mostrano la coesistenza di annotazioni testuali e rilievi grafici dedicati alle formazioni basaltiche e alla selce fossile. In queste schede operative, l'osservazione scientifica si concentra sulle fratture prismatiche caratteristiche del basalto, un materiale che all'epoca era al centro di un acceso dibattito tra le teorie del neptunismo — sostenute da Abraham Gottlob Werner, che attribuiva la formazione di tutte le rocce all'azione dell'acqua — e quelle del vulcanismo, che riconoscevano l'origine ignea di tali formazioni.
Goethe mantenne una posizione di attento esame critico, registrando le particolarità strutturali dei basalti laziali senza piegare i dati raccolti a schemi preconcetti. I suoi schizzi riproducono la disposizione delle colonne basaltiche, le variazioni cromatiche dei componenti ferrosi e la presenza di cristalli di leucite inclusi nella massa lavica. Accanto ai disegni, campioni essiccati di piante rupestri o piccoli frammenti di selce fossile venivano catalogati per definire la relazione tra la matrice minerale e la copertura vegetale del territorio.
Il metodo morfologico: tra collezionismo e rigore scientifico
L'indagine geologica svolta a Roma s'inserisce nel più ampio progetto morfologico elaborato da Goethe nel corso di tutta la sua vita. Alla sua morte, avvenuta nel 1832, la sua collezione privata conteneva oltre diciotto mila esemplari mineralogici provenienti da ogni parte d'Europa. Il periodo romano costituì uno snodo cruciale per l'affinamento del suo metodo di osservazione, basato sull'individuazione delle forme fondamentali e delle loro trasformazioni nel tempo.
Nei documenti conservati nel fondo d'archivio romano, emerge chiaramente come la ricerca geologica non fosse scissa dall'analisi geografica e antropica. La classificazione dei basalti e dei tufi serviva a spiegare le caratteristiche dei materiali da costruzione impiegati nell'architettura romana antica e moderna. La scelta di determinati blocchi di pietra per le fondamenta dei ponti o per il rivestimento delle strade veniva correlata direttamente alla disponibilità dei giacimenti locali e alle proprietà fisiche rilevate nei taccuini di campagna.
L'approccio di Goethe si fondava su un principio di verifica continua: l'osservatore doveva addestrare l'occhio a rilevare le più piccole variazioni nella tessitura di una roccia, nella granulometria di una sabbia o nella durezza di un minerale. Nei fogli redatti a Via del Corso, l'impiego dei termini tecnici latini, italiani e tedeschi rivela lo sforzo di stabilire un vocabolario preciso per descrivere i fenomeni geologici osservati sul campo.
L'archivio di Via del Corso e la permanenza dei documenti
La preservazione delle carte goethiane all'interno della Casa di Goethe a Roma costituisce un elemento centrale per la tutela della memoria storica e scientifica del XVIII secolo. L'archivio conserva non soltanto manoscritti autografi e carteggi, ma anche un'ampia collezione di stampe, incisioni, libri d'epoca e documenti grafici che permettono di contestualizzare con esattezza le ricerche del poeta.
L'esame visivo e materiale di una pagina autografa del 1787 rivela la concretezza del lavoro d'archivio. La carta dell'epoca, recante filigrane di fabbricazione romana o umbra, conserva l'inchiostro ferrogallico originale con cui Goethe tracciava le sue note. Su alcune carte figurano impronte di campioni minerali pressati o segni di colla utilizzati per fissare piccoli reperti sulla pagina, a dimostrazione di una prassi di lavoro integrata che univa la scrittura alla catalogazione oggettiva.
La conservazione fisica di questi manufatti offre agli storici della scienza un corpus di dati primari indispensabile per comprendere la genesi della geologia moderna. L'analisi dello stato di conservazione delle carte e la digitalizzazione ad alta risoluzione attuata dal museo consentono di studiare i dettagli delle cancellature, delle correzioni e delle note aggiunte a margine in fasi successive, restituendo la dinamica del pensiero goethiano nel corso della sua elaborazione.
L'eredità tecnica della memoria materiale
L'ingegno tecnico dimostrato da Goethe nella lettura del territorio laziale sottolinea il valore della permanenza materiale nell'interpretazione della geografia contemporanea. A 277 anni dalla sua nascita, l'opera scientifica del poeta a Roma testimonia come la conoscenza di un luogo non possa basarsi esclusivamente su rappresentazioni astratte o su sintesi di secondo livello, ma richieda un contatto diretto con la sostanza fisica dei suoli e delle rocce.
I taccuini conservati in Via del Corso rimangono uno strumento di studio di primissimo ordine per comprendere come la sensibilità umanistica e il metodo scientifico abbiano potuto coesistere e integrarsi in un'unica figura intellettuale. La diagnosi petrografica dei basalti del Vulcano Laziale e la raccolta sistematica della selce fossile testimoniano una fase fondamentale della storia delle scienze della Terra, in cui il rilievo di campagna e la conservazione documentaria hanno gettato le basi per la moderna cartografia geologica.
Attraverso la custodia e la valorizzazione del proprio patrimonio archivistico, la Casa di Goethe garantisce il rigoverno di una memoria che è insieme letteraria, storica e scientifica, riaffermando il valore insostituibile del documento originale e della prova materiale nella comprensione del nostro passato culturale.