Cultura

I manoscritti di Agrigento e la genesi filologica di Uno, nessuno e centomila

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I manoscritti di Agrigento e la genesi filologica di Uno, nessuno e centomila

La genesi cartacea del 1926 e la conservazione archivistica ad Agrigento

Nel 1926 vede la luce in volume, per i tipi dell'editore Bemporad di Firenze, Uno, nessuno e centomila, l'opera narrativa che conclude la parabola romanzesca di Luigi Pirandello. Il testo, prima della pubblicazione definitiva, era stato proposto a puntate sulla rivista Sapientia tra il dicembre del 1925 e il giugno del 1926. A un secolo da quell'evento editoriale, la comprensione strutturale del romanzo passa attraverso lo studio diretto dei documenti autografi custoditi presso le istituzioni culturali di Agrigento, in particolare nel fondo della Biblioteca Museo Luigi Pirandello, adiacente alla casa natale della frazione Caos. L'analisi di queste carte offre una testimonianza tangibile delle fasi rielaborative attraversate dallo scrittore agrigentino durante la stesura.

I fogli autografi non rappresentano soltanto il supporto fisico della narrazione, ma il luogo materiale in cui si manifesta il travaglio compositivo di un romanzo durato oltre un decennio. Pirandello stesso dichiarò a più riprese di aver lavorato per anni a questa narrazione, definendola la sintesi di tutto ciò che aveva espresso fino a quel momento. La presenza di correzioni, riscritture immediate, aggiunte interlineari e note nei margini verticali rende le carte di Agrigento uno strumento essenziale per comprendere il passaggio dal pensiero teorico sulla scomposizione dell'io alla sua formalizzazione sintattica e grammaticale.

L'esame filologico del manoscritto: inchiostro di china e stratigrafia delle correzioni

L'osservazione materiale delle pagine autografe evidenzia una tecnica di scrittura rigorosa e al contempo stratificata. Il supporto cartaceo, oggi caratterizzato da un'evidente alterazione cromatica dovuta al naturale invecchiamento delle fibre di cellulosa, accoglie il segno tracciato prevalentemente con inchiostro di china nero. La tessitura della pagina appare densa: i tratti di penna mostrano variazioni di pressione che corrispondono a differenti momenti di revisione.

Nei margini verticali, Pirandello apponeva annotazioni puntuali, rinvii interni e formule di ripensamento. Dal punto di vista filologico, l'esame di queste varianti rivela una tendenza costante alla sottrazione e alla contrazione del periodo. Laddove la prima stesura mostrava uno sviluppo ipotattico articolato, la revisione interlineare interviene eliminando le congiunzioni subordinate, spezzando le proposizioni complesse e sostituendole con frasi nominali o incisi interrogativi.

Le cassature effettuate a inchiostro di china non nascondono del tutto le lezioni rifiutate. Attraverso l'impiego di tecniche di analisi spettrale e riflettografia, applicate nei recenti interventi di documentazione del patrimonio archivistico, è possibile leggere al di sotto della cancellatura il testo originario. Ciò dimostra come l'autore abbia progressivamente eliminato gli elementi descrittivi tradizionali a favore di una struttura dialogica tesa, direttamente rivolta a un interlocutore ideale o al lettore stesso.

La scomposizione linguistica dell'identità nel testo del 1926

La struttura linguistica di Uno, nessuno e centomila è strettamente funzionale al tema della disgregazione della personalità individuale. Il protagonista, Vitangelo Moscarda, non si limita a raccontare la propria vicenda, ma scompone la materia verbale per rispecchiare il crollo delle certezze unitarie dell'essere. La lingua pirandelliana del 1926 si distacca dai canoni del naturalismo ottocentesco per adottare una sintassi mimetica del processo psicologico e cognitivo.

L'esame filologico delle stesure individua specifici meccanismi formali utilizzati per ottenere questo effetto:

  • Frequenza delle strutture interrogative ed esclamative: La narrazione procede per continui interrogativi che interrompono il flusso logico del discorso, riflettendo lo stato di perplessità sistematica del protagonista.
  • Uso sistematico dei pronomi personali e dimostrativi: La frequenza con cui compaiono i pronomi "io", "mio", "questo" e "quello" serve a mettere in discussione la stabilità del referente teorico, evidenziando il divario tra la percezione interna e l'osservazione esterna.
  • Frammentazione della proposizione: La sintassi preferisce l'inciso, la parentetica e l'ellissi del verbo, riducendo la frase a puro nucleo assertivo subito smentito dal periodo successivo.

Questa architettura verbale trova riscontro preciso nei correttivi apportati da Pirandello sulle carte di Agrigento. Nel capitolo inaugurale, in cui la narrazione prende avvio dalla constatazione del difetto fisico del naso che pende verso destra — notato dalla moglie Dida —, il lavoro di lima dell'autore mira a velocizzare l'impatto della scoperta. La sequenza dei dialoghi viene serrata, eliminando i verbi dichiarativi e lasciando che sia la sola battuta a marcare la frattura nella consapevolezza del personaggio.

Dal dettaglio anatomico al crollo logico: l'evoluzione delle stesure

Il momento d'innesco della narrazione, centrato sull'osservazione del naso di Vitangelo Moscarda, rappresenta il perno concettuale su cui fa leva la struttura filologica dell'opera. Nei fogli manoscritti si nota come l'episodio iniziale sia stato oggetto di molteplici stesure. Pirandello non voleva che la battuta di Dida apparisse come un semplice diverbio domestico, bensì come una crepa epistemologica irrimediabile.

Nelle prime stesure cartacee, la reazione di Moscarda era accompagnata da spiegazioni psicologiche più estese. Nelle fasi successive di revisione, testimoniate dai fogli conservati ad Agrigento, tali spiegazioni sono state sistematicamente depurate. L'autore sceglie di far scaturire la scomposizione dell'io dalla pura evidenza materiale del fatto: un corpo osservato dagli altri non corrisponde mai al corpo percepito da se stessi.

I termini utilizzati nel testo a stampa del 1926 riflettono una scelta lessicale precisa. Le parole legate alla sfera della fissità e della costruzione rigida vengono progressivamente sostituite da verbi di movimento, di dissoluzione e di scissione. L'analisi del vocabolario impiegato mostra una netta prevalenza di vocaboli quali "rappresentazione", "forma", "involucro", "finzione" e "costruzione", contrapposti al flusso indistinto della vita.

La conservazione dei documenti autografi ad Agrigento e la ricerca filologica contemporanea

La custodia delle stesure autografate e dei documenti correlati a Uno, nessuno e centomila ad Agrigento costituisce un punto di riferimento per la filologia d'autore applicata alla letteratura del Novecento. Il patrimonio archivistico agrigentino, che comprende carteggi, bozze di stampa e volumi postillati, consente agli studiosi di ricostruire l'intero iter genetico delle opere di Pirandello.

L'applicazione delle tecnologie di diagnostica e digitalizzazione ad alta risoluzione ha aperto nuove prospettive per la salvaguardia e lo studio di questo patrimonio cartaceo. Attraverso l'acquisizione digitale in multifrequenza, è possibile analizzare la composizione chimica degli inchiostri di china utilizzati da Pirandello e distinguere con precisione i tratti apposti in fasi temporali differenti, senza rischiare di alterare i supporti originali.

Il centenario della pubblicazione del 1926 riafferma il valore della critica testimoniale. Rileggere Uno, nessuno e centomila attraverso la lente dei suoi autografi agrigentini significa non soltanto celebrare un traguardo cronologico, ma comprendere la struttura materiale di un testo che ha ridisegnato i confini della forma romanzesca europea. La pagina manoscritta, con i suoi margini affollati di ripensamenti, resta la prova tangibile di come la scomposizione della personalità sia stata in primo luogo una precisa e rigorosa operazione sulla lingua e sulla materia della scrittura.