Benessere emotivo

L’ansia da prestazione: perché abbiamo cominciato a sentirla anche in cose che, fino a ieri, ci davano solo gioia

Dalla camera da letto allo sport: il mormorio costante che trasforma ogni piacere in una prova da superare.

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L’ansia da prestazione: perché abbiamo cominciato a sentirla anche in cose che, fino a ieri, ci davano solo gioia

Provaci stasera. Quando ti metterai a tavola con il tuo partner, prova a farti questa domanda silenziosa: quanto di quello che farò, nelle prossime due ore, sarà vissuto come un piacere? E quanto sarà vissuto, anche solo a un livello sotterraneo, come una performance da gestire? Il pasto ben cucinato, la conversazione abbastanza interessante, il momento intimo, abbastanza riuscito. Forse, prima di addormentarti, scoprirai che in molti gesti del tuo pomeriggio—anche quelli che, in teoria, dovevano essere puro tempo libero—c’era una piccola voce che valutava. Una piccola voce che misurava. Una piccola voce che si chiedeva: sto facendo abbastanza bene? Sto all’altezza?

Quella voce, fino a vent’anni fa, parlava soprattutto a chi doveva sostenere un esame, a chi doveva fare una presentazione importante, a chi doveva esibirsi su un palco. Era una compagna sgradevole ma circoscritta. Oggi è diventata un sottofondo della nostra esistenza, un mormorio che ci accompagna anche nei momenti che, per definizione, dovrebbero essere liberi. Non si chiama più solo ansia da prestazione. È diventata un’atmosfera del tempo. Un modo di abitare il quotidiano in cui qualunque cosa, anche la più semplice, può diventare un’occasione per sentirci inadeguati.

Quando il piacere è diventato dovere

Per capire come ci siamo arrivati, bisogna fare un piccolo esperimento mentale. Pensa a come si descriveva, una volta, il sesso. Era qualcosa che si faceva. Qualcosa che, nelle sue forme migliori, si lasciava accadere. Oggi, nelle riviste, nei podcast, nei manuali, nei social, il sesso è diventato un campo di prestazione molto sofisticato. Bisogna sapere cose. Bisogna avere certe durate. Bisogna saper provocare certe reazioni. C’è un’aspettativa di tecnica che, paradossalmente, ha trasformato una delle dimensioni più antiche dell’umano in un esame da preparare.

Lo stesso vale per lo sport amatoriale. Una volta si correva nei parchi per stare bene. Oggi, sempre più spesso, si corre con un orologio che misura ogni passo, una app che pubblica i risultati, un confronto continuo con altri corridori sparsi in tutto il mondo. La corsa è diventata un’altra arena di prestazione. Niente di male in sé—la misurazione può essere stimolante—se non per il fatto che, dopo un po’, diventa quasi impossibile correre senza chiedersi “a che ritmo sto andando?”. Il piacere dello scorrere muscolare nel verde si trasforma in un’ansia di numeri.

Lo stesso vale per la cucina. Una volta si cucinava per i propri cari. Oggi, in molti, ci si trova a cucinare con un occhio al piatto e uno alla foto che pubblicheremo. La cena di amici, una volta evento di pura compagnia, è diventata una piccola produzione: l’antipasto deve essere fotogenico, la mise en place studiata, il dolce fatto in casa una specie di marchio di qualità personale. Anche il tempo libero, insomma, è diventato performance.

E lo stesso vale per i figli. La genitorialità, una volta affidata in larga parte all’istinto e alla tradizione, è diventata il terreno di applicazione di centinaia di teorie pedagogiche, di tecniche, di approcci da padroneggiare. Si studia, si legge, si confronta. Si vive con la sensazione, costante, che si stia sbagliando qualcosa. Anche una passeggiata al parco con il proprio bambino può trasformarsi, dentro la testa di un genitore, in un esame di adeguatezza.

Il punto comune

Cosa hanno in comune tutti questi terreni? Una cosa: sono diventati misurabili. Negli ultimi vent’anni, ogni dimensione della nostra vita ha acquisito metriche. Lo sport ha le app. Il sesso ha le riviste e i podcast con le statistiche. Il cibo ha Instagram. La genitorialità ha i libri, i manuali, i confronti scolastici. Il sonno ha gli orologi che misurano le fasi REM. La produttività ha i timer. Persino il tempo libero ha qualche app che ti dice quanto stai usando bene la tua giornata.

Una volta che una cosa è misurabile, smette di essere semplicemente vissuta. Comincia a essere valutata. La valutazione, ripetuta nel tempo, diventa giudizio. Il giudizio, interiorizzato, diventa ansia. È un percorso che si è verificato in modo capillare, in tutti i campi della nostra esistenza, e che ha cambiato il nostro modo di stare al mondo. Perché ora, dovunque si guardi, c’è un metro. E davanti a un metro, è difficile sentirsi al sicuro.

Il ruolo dei social

Non si possono capire questi cambiamenti senza nominare il convitato di pietra: la cultura del confronto pubblico. I social non hanno solo aggiunto vetrine. Hanno cambiato la natura stessa di ciò che si vede. Una volta sapevi come se la cavavano i tuoi vicini di casa, e basta. Oggi sai—o credi di sapere—come se la cavano migliaia di persone in cose che, fino a ieri, erano private. Il sesso degli altri lo immagini perché te lo raccontano sui podcast. La cucina degli altri la vedi nelle storie. La forma fisica degli altri ti scivola sotto gli occhi ogni volta che apri un’app.

Ognuno di questi confronti, preso da solo, fa pochissimo. Ma sommati, creano un ambiente cognitivo in cui tutto sembra essere stato già fatto meglio da qualcuno, in cui ogni nostra performance è circondata da una nuvola di possibili confronti negativi. È un’atmosfera tossica, sottile, e particolarmente difficile da nominare proprio perché è ovunque.

Cosa succede al corpo, e alla mente

Vivere in costante ansia da prestazione ha conseguenze concrete. Sul corpo, aumenta la produzione di cortisolo, l’ormone dello stress, con tutto ciò che ne consegue: peggiora il sonno, indebolisce il sistema immunitario, contribuisce a problemi cardiovascolari di lunga durata. Sulla mente, genera quello stato di vigilanza diffusa che molti psicologi chiamano “esaurimento da iper-controllo”: una sensazione di stanchezza profonda anche dopo riposi che, oggettivamente, dovrebbero essere riposanti.

Ma la conseguenza forse più sottile è un’altra: ci toglie la capacità di abitare il presente. Quando ogni gesto è valutato, anche solo a un livello sotterraneo, è impossibile lasciarsi andare in quel gesto. È impossibile mangiare un piatto godendo del piatto. È impossibile fare l’amore senza pensare al come. È impossibile correre senza pensare al ritmo. È impossibile leggere un libro senza chiedersi quanto sta migliorando la nostra cultura. Tutto è diventato strumentale a un obiettivo, anche le cose che, in teoria, erano l’obiettivo.

Riprendere lo spazio del semplice fare

Una rivoluzione possibile, e necessaria, è recuperare territori del nostro quotidiano in cui la prestazione sia bandita. Spazi in cui le cose si fanno male, magari, ma si fanno per il puro piacere di farle. Cucinare un piatto schifoso e mangiarlo lo stesso, senza fotografarlo. Correre lentamente, senza orologio, senza app. Fare l’amore con poca tecnica e molta presenza. Disegnare sapendo che il disegno non lo vedrà nessuno. Cantare nel doccia anche quando si è stonati.

È una specie di igiene mentale che il nostro tempo ha quasi disimparato. Eppure è quello di cui abbiamo più bisogno. Perché solo in queste zone protette dell’esistenza ricordiamo cosa significhi fare qualcosa per il puro gusto di farlo. Senza misurarci. Senza valutarci. Senza chiederci se stiamo facendo bene. È in questi spazi, paradossalmente, che la vita torna a essere ricca. Non perché abbiamo raggiunto qualche performance migliore, ma perché abbiamo smesso di considerare la performance come la misura del valore.

L’ansia da prestazione del nostro tempo non è un problema individuale. È un problema culturale. Non si guarisce solo con la propria buona volontà—pensare “devo rilassarmi” è ironicamente già una forma di prestazione. Si guarisce, lentamente, costruendo angoli di vita in cui la valutazione non entra. Possono essere piccoli. Possono essere quotidiani. Possono essere la differenza fra una vita vissuta come un esame e una vita vissuta come una vita. Vale la pena cominciare. Magari adesso. Senza misurare.