Benessere emotivo

L’arte di invecchiare bene: una rivoluzione interiore di cui nessuno ci ha mai parlato

Oltre il tempo: la bellezza di una maturità consapevole e libera dai rimpianti

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L’arte di invecchiare bene: una rivoluzione interiore di cui nessuno ci ha mai parlato

Capita di incontrare una persona invecchiata bene

Capita di incontrarla per caso. Una donna di settantacinque anni, in un treno, in una piazza, in una libreria, in una casa di amici. Comincia a parlare, e ci si accorge subito che ha qualcosa di diverso. Non è la giovinezza che le manca: ha rughe, capelli grigi, un corpo che mostra il tempo. Non è la nostalgia che la ricopre: non parla del passato come di un’età d’oro perduta. È qualcosa di più sottile.

È una specie di luce serena, di sguardo che ha visto molto e che riesce ancora a essere curioso. È, semplicemente, una persona che è invecchiata bene.

Sono incontri che, quando capitano, lasciano segni. Perché ci si accorge che invecchiare bene è qualcosa di possibile, e che pochissimi però sembrano farcela. Si guarda intorno: rigidità, amarezze, rancori che si calcificano, conversazioni che si fanno sempre uguali, abitudini che si trasformano in trincee. Non è inevitabile. Esiste un altro modo. Solo che nessuno ce lo ha mai insegnato. Nessuna scuola, nessun manuale, nessuna religione moderna ci dice come si fa ad arrivare a settant’anni con leggerezza.

Le tre vecchiaie

Gli psicologi che studiano l’invecchiamento—un campo che si chiama gerontologia psicologica e che è cresciuto enormemente negli ultimi vent’anni—descrivono in genere tre traiettorie possibili. C’è una vecchiaia di chiusura: la persona che, di fronte alle perdite degli anni (la salute, gli amici che muoiono, il lavoro che finisce), si raccoglie in sé stessa, si protegge attraverso la rigidità, riduce progressivamente lo spazio del proprio mondo. È la vecchiaia più diffusa nelle nostre società. La si riconosce dai discorsi: era meglio una volta, oggi non si capisce più nulla, i giovani non valgono più niente.

C’è una vecchiaia di rabbia: la persona che si sente derubata di qualcosa dalla vita, e che attraversa gli ultimi anni con un’amarezza pungente. Spesso questa vecchiaia nasce da elaborazioni mancate—lutti non vissuti, scelte non fatte, rimpianti non guardati in faccia—che si trasformano in una specie di livore generalizzato. È una vecchiaia faticosa per chi ci sta intorno, e in fondo dolorosa per chi la vive.

E c’è una vecchiaia di apertura: la persona che continua, fino all’ultimo, ad aggiungere mondi al proprio. Legge cose nuove. Si interessa a discipline che non aveva mai praticato. Costruisce amicizie con persone più giovani, non per sentirsi giovane, ma perché le trova interessanti. Cambia idea su questioni su cui aveva pensato di averla già definitiva. Mantiene quell’atteggiamento di curiosità che, nei bambini, è naturale, e che gli adulti progressivamente perdono.

Le ricerche dicono una cosa molto consolante: nessuno è condannato a una vecchiaia chiusa o rabbiosa per ragioni puramente biologiche. Esistono, naturalmente, malattie che possono incidere. Ma il tipo di anziano che diventiamo dipende, in larghissima parte, da come abbiamo vissuto i decenni precedenti, e dalle scelte interiori che continuiamo a fare anno dopo anno. Si invecchia bene se si ha imparato, prima, a vivere bene. E si può cominciare a imparare a qualunque età.

Le piccole abilità di chi invecchia bene

Studiando le persone che, oltre i settanta, mantengono una vita interiore ricca, gli psicologi hanno identificato alcune caratteristiche ricorrenti. Una è la capacità di lasciare andare. Le persone che invecchiano bene non si aggrappano a quello che non c’è più con la disperazione che vediamo in tante vecchiaie infelici. Hanno fatto pace, lentamente, con i ruoli che hanno dovuto smettere—il lavoro, certi tipi di relazione, certe forme di indipendenza fisica—e hanno spostato il proprio centro su quello che resta possibile. È una flessibilità di fondo che li rende, paradossalmente, più solidi degli altri.

Un’altra è la cura del corpo senza ossessione. Si muovono. Camminano. Dormono regolarmente. Mangiano in modo sensato. Ma non ci dedicano la maggior parte delle proprie energie, e non si comportano come se il corpo fosse un nemico da sottomettere. Lo trattano come un compagno di lunga data, di cui si conoscono ormai gli acciacchi e le bizzarrie, e che si accudisce con una certa tenerezza. Senza la pretesa di farlo durare in eterno.

Una terza è la presenza affettiva. Le persone che invecchiano bene investono in relazioni. Non hanno sempre cerchie sociali enormi, ma hanno almeno qualche legame profondo, coltivato nel tempo, in cui possono essere autentici. Il numero di amicizie diminuisce naturalmente, dopo i sessant’anni, perché l’energia disponibile diventa più selettiva. Ma le poche che restano vengono trattate come tesori. Una telefonata settimanale a un vecchio amico vale, in molti casi, più di un’intera serata in un gruppo numeroso.

Una quarta è la curiosità praticata. Non basta essere interessati: bisogna fare cose. Iscriversi a un corso. Cominciare a leggere un autore mai letto prima. Visitare un quartiere della propria città in cui non si era mai stati. Imparare un nuovo strumento, anche imperfettamente. Sono gesti minimi, ma cambiano la chimica di un’esistenza. Ogni nuovo apprendimento, anche piccolo, mantiene il cervello plastico, e l’anima irrequieta nel senso buono del termine.

La vera differenza: il rapporto con il tempo

C’è però una distinzione più profonda di tutte le altre. Le persone che invecchiano bene hanno cambiato, lungo gli anni, il proprio rapporto con il tempo. Da giovani, come tutti, lo vivevano come una risorsa da spendere per arrivare da qualche parte. Andavano avanti per ottenere qualcosa. Studiavano per laurearsi. Lavoravano per fare carriera. Vivevano relazioni per costruire una famiglia. Tutto era ordinato a un fine.

A un certo punto, in genere fra i cinquanta e i sessanta, è successo qualcosa. Hanno cominciato a vivere il tempo per sé stesso. Non più come trampolino verso un futuro, ma come spazio in cui essere. Hanno smesso, lentamente, di chiedersi a cosa serva ogni giornata, e hanno cominciato a chiedersi come abitarla. È una transizione difficile. Molte persone non la fanno mai del tutto, e continuano a inseguire obiettivi anche quando i tempi non lo richiederebbero più. Ma chi la fa scopre un’altra qualità di esistenza.

Quel cambiamento di prospettiva libera energie inaspettate. Il pomeriggio di pioggia non è più tempo perso: è tempo vissuto. La conversazione con un vicino di casa non è più una distrazione: è la giornata stessa. Il piccolo dolore alla schiena non è più un fastidio da rimuovere: è un compagno con cui dialogare. Nulla di tutto questo significa rassegnazione. Significa, al contrario, una pienezza nuova. Le persone che invecchiano bene non sopportano la vita: la abitano.

Quello che i vecchi sani ci insegnano

Una società che invecchia—come la nostra, che ha tassi di natalità storicamente bassi e aspettative di vita storicamente alte—dovrebbe essere ossessionata dalla questione di come si invecchia. Invece, paradossalmente, gli anziani sono sempre meno presenti nelle conversazioni pubbliche. Sono raramente sui social. Sono raramente in televisione, se non come bersagli di pietà o di derisione. Sono sempre più nascosti nelle case proprie o nelle strutture di assistenza.

È una perdita gigantesca, perché gli anziani sani sono fra i nostri serbatoi di saggezza più importanti. Sono persone che hanno visto cicli completi di nascita e di tramonto. Sanno che le mode passano, che le crisi si risolvono, che molte cose che oggi sembrano cataclismi domani saranno aneddoti. Hanno una calma derivata dall’esperienza che, in un’epoca di reazioni iper-emotive, sarebbe preziosissima.

Forse una delle cose più sane che potremmo fare, individualmente, è stare di più con anziani che hanno saputo invecchiare bene. Non con quelli rancorosi: con quelli sereni. Ascoltarli. Imparare il loro ritmo. Vedere come trattano il tempo. È un tirocinio invisibile che ha effetti profondi, perché lentamente le loro abitudini si trasferiscono. Si scopre che si può respirare in un altro modo. Che si può guardare il mondo con un altro tempo. Che si può smettere di affannarsi senza per questo arrendersi.

Cominciare adesso

La buona notizia, per chiudere, è questa: invecchiare bene non è una questione che riguarda solo chi è vecchio. È una pratica che si comincia a qualunque età, semplicemente cominciando a vivere come vivremmo se avessimo ottant’anni e una luce serena negli occhi. Lasciando andare cose che non possiamo controllare. Selezionando i legami. Coltivando le curiosità. Ridimensionando le ambizioni che ci affannano senza aggiungere nulla. Cambiando, lentamente, il rapporto con il tempo.

Non significa rinunciare alla giovinezza. Significa solo capire che la giovinezza è uno dei tanti capitoli, e che ogni capitolo successivo, se vissuto bene, ha la propria specifica bellezza. Le persone che invecchiano serene, in fondo, ci stanno dicendo questo: non c’è niente di cui aver paura. Si può attraversare il tempo. Si può continuare a essere sé stessi anche dopo che il proprio corpo, le proprie posizioni, i propri ruoli sono cambiati. Si può, perfino, diventare più sé stessi a ottant’anni di quanto non lo si fosse a venti.

È una lezione che le nostre vite veloci faticano a sentire, ma che ogni anziano sereno, in silenzio, ci sta consegnando. Riceverla è uno dei lavori interiori più importanti della nostra epoca. Non si tratta di non invecchiare. Si tratta, semplicemente, di farlo bene. Cominciando adesso. A qualunque età siamo.