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Trieste e l'idrogeno verde: la riconversione industriale delle cavita ipogee verso la Carinzia

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Trieste e l'idrogeno verde: la riconversione industriale delle cavita ipogee verso la Carinzia

Il porto franco di Trieste si trova al centro di un processo di trasformazione infrastrutturale che unisce il rigore dell'ingegneria dei materiali alla riorganizzazione delle direttrici logistiche mitteleuropee. Nell'estate del 2026, l'attenzione degli analisti industriali e dei tecnici del settore energetico si concentra sulla riconversione delle vaste cavità rocciose collocate nel sottosuolo dell'area portuale, storicamente impiegate per il deposito di idrocarburi liquidi, ora destinate a diventare centri di stoccaggio su grande scala per l'idrogeno verde.

La posizione geografica dello scalo giuliano, punto terminale delle rotte marittime adriatiche e snodo d'accesso per i mercati dell'Europa centrale, impone una profonda revisione delle opzioni di accumulo vettoriale. Il passaggio dai combustibili fossili ai gas decarbonizzati necessita di volumi stazionari imponenti e di condizioni di sicurezza ad altissima pressione, elementi che trovano nella struttura geologica delle cavità rocciose locali una risposta infrastrutturale ad alto rendimento.

La riconversione delle cavità rocciose: ingegneria ipogea e contenimento

L'utilizzo delle caverne in roccia non rivestite o parzialmente rivestite rappresenta una soluzione consolidata per gli idrocarburi tradizionali, ma l'impiego dell'idrogeno molecolare introduce parametri fisici significativamente più complessi. L'idrogeno possiede la molecola più piccola tra tutti gli elementi chimici, una caratteristica che determina un elevato tasso di permeabilità attraverso i materiali porosi e una forte tendenza all'infragilimento dei metalli ad alto tenore di carbonio.

Le operazioni di adeguamento delle cavità ipogee triestine richiedono l'applicazione di sistemi di sigillatura avanzati. I progetti tecnici prevedono l'installazione di liner interni compositi, realizzati con leghe di acciaio inossidabile ad alta percentuale di nichel e cromo o con barriere polimeriche di ultima generazione, capaci di tollerare pressioni di esercizio superiori ai cento bar. La roccia circostante, caratterizzata da formazioni calcaree e marnoso-arenacee, viene sottoposta a cicli di consolidamento mediante iniezioni di boiacche cementizie speciali e resine sintetiche per eliminare microfratture e prevenire qualsiasi fuga gassosa verso le falde acquifere o verso la superficie.

Il fattore determinante per la stabilità termodinamica risiede nella profondità dei depositi ipogei. A decine di metri sotto il livello del suolo, la temperatura della massa rocciosa rimane costante durante tutto l'anno, riducendo drasticamente le escursioni termiche che, nei serbatoi di superficie, causano continue variazioni di pressione e richiedono un apporto energetico costante per il condizionamento del fluido stoccato.

Analisi costi-benefici del riuso dei depositi ipogei

Dal punto di vista dell'analisi economica, la decisione di riconvertire infrastrutture ipogee esistenti anziché edificare impianti di stoccaggio ex novo in superficie risponde a una precisa logica di efficienza finanziaria e di contenimento dell'impatto territoriale. Lo scavo e la messa in sicurezza di nuove caverne rocciose rappresenterebbero una voce di spesa primaria insostenibile e richiederebbero tempistiche autorizzative e di cantiere incompatibili con le scadenze della transizione energetica comunitaria.

Sotto il profilo dei costi di capitale (CAPEX), il riutilizzo dei volumi già scavati consente un risparmio stimato rispetto alla creazione di parchi serbatoi criogenici o pressurizzati di pari capacità fuori terra. I depositi ipogei offrono una densità energetica per metro quadrato di occupazione del suolo imbattibile, azzerando l'impiego di nuova superficie industriale in un'area portuale caratterizzata da una forte saturazione degli spazi operativi.

Sotto la voce dei costi operativi (OPEX), la protezione naturale offerta dal banco roccioso garantisce un isolamento passivo che riduce il consumo di energia primaria necessario per il mantenimento dell'idrogeno allo stato gassoso ad alta pressione. La sicurezza intrinseca della struttura sotterranea diminuisce drasticamente i rischi legati a eventi atmosferici estremi, impatti accidentali o attacchi esterni, riflettendosi in una significativa riduzione dei premi assicurativi e delle spese di manutenzione straordinaria dei dispositivi di contenimento.

Esistono tuttavia criticità finanziarie legate alla fase iniziale di conversione. La decontaminazione completa delle superfici interne dai residui petroliferi storici richiede trattamenti chimici e meccanici complessi, per evitare che le impurità residue compromettano la purezza dell'idrogeno verde stoccato, vanificandone l'impiego nelle celle a combustibile e nei processi industriali ad alta precisione.

La logistica del Molo VII e l'infrastruttura di cantiere

L'area del Molo VII del porto di Trieste costituisce l'interfaccia operativa tra il trasporto marittimo dell'idrogeno — importato sotto forma di ammoniaca o tramite vettori liquidi organici (LOHC) dalle aree di produzione oltremare — e la rete di accumulo ipogea. L'assetto del cantiere sul molo evidenzia la complessità dimensionale dell'opera.

Sul piano di calpestio del Molo VII, imponenti gru cingolate ad alta capacità di sollevamento movimentano condotte in acciaio inossidabile di grande diametro, progettate per resistere a forti sollecitazioni meccaniche e alla corrosione da ambiente marino. Tali condutture costituiscono le dorsali di collegamento tra le banchine d'imbarco e sbarco, gli impianti di riconversione molecolare e le condotte verticali di discesa che conducono direttamente ai serbatoi sotterranei.

La movimentazione dei segmenti tubolari richiede una rigida pianificazione logistica per non interferire con il traffico containerizzato e con le operazioni commerciali ordinarie del terminal. I giunti di saldatura delle condotte vengono sottoposti a controlli non distruttivi radiografici e ad ultrasuoni direttamente in cantiere, garantendo la totale tenuta stagna dell'infrastruttura prima del posamento nei canali tecnici sotterranei.

Il corridoio transfrontaliero verso la Carinzia

Lo stoccaggio dell'idrogeno nelle cavità di Trieste trova la sua naturale ragione d'essere nella connessione con la rete logistica di trasporto continentale. L'obiettivo primario del progetto è il rifornimento dei distretti industriali della Carinzia e dell'Austria meridionale, settori ad alto consumo di energia che necessitano di un flusso costante di vettore pulito per decarbonizzare le produzioni siderurgiche, chimiche e manifatturiere.

La ristrutturazione della rete di trasporto transfrontaliera prevede la convergenza di due modalità logistiche complementari: la pipeline dedicata e la ferrovia. Il tracciato della pipeline sfrutta in gran parte i corridoi infrastrutturali già esistenti lungo il valico di Tarvisio, riducendo al minimo la necessità di nuovi espropri e scavi in aree montane ad alta vulnerabilità ambientale.

Parallelamente, l'infrastruttura ferroviaria che collega il porto franco con l'interporto di Villach viene potenziata con carri serbatoio specifici per il trasporto di idrogeno ad alta pressione o in forma di ammoniaca. Tale dualismo logistico garantisce una flessibilità operativa fondamentale per gestire i picchi di domanda industriale in Carinzia e per assorbire eventuali interruzioni manutentive della rete rigida di condotte.

Prospettive e rigore metodologico nella riconversione

L'integrazione tra le cavità rocciose di Trieste e il mercato industriale austriaco dimostra come il recupero delle infrastrutture storiche rappresenti una direttrice strategica per l'analisi culturale e industriale del panorama energetico europeo. L'approccio scientifico applicato alla conversione dei vecchi depositi petroliferi evidenzia che la transizione verso modelli sostenibili non richiede necessariamente la distruzione del retaggio industriale del Novecento, ma la sua profonda reingegnerizzazione.

Il monitoraggio dei dati di tenuta chimico-fisica, la misurazione precisa dei tassi di efficienza energetica nello stoccaggio ipogeo e la solidità dei flussi logistici transfrontalieri tra Italia e Austria costituiranno il banco di prova per i futuri progetti di riconversione infrastrutturale nel bacino del Mediterraneo.