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Cappella degli Scrovegni: la scansione iperspettrale dei pigmenti di Giotto rivela leganti e ridipinture mai archiviate

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Cappella degli Scrovegni: la scansione iperspettrale dei pigmenti di Giotto rivela leganti e ridipinture mai archiviate

La conoscenza delle superfici pittoriche del Trecento italiano ha varcato la soglia della pura storiografia documentale per entrare nel campo della metrologia ottica avanzata. A Padova, l'applicazione della riflettometria iperspettrale nell'intervallo compreso tra l'ultravioletto e l'infrarosso vicino (UV-NIR) sul ciclo affrescato della Cappella degli Scrovegni sta riconfigurando la mappa materiale delle stesure giottesche. L'indagine, condotta direttamente sul campo mediante strumentazioni ad alta risoluzione spettrale, ha messo in luce una complessa stratigrafia chimica nei settori caratterizzati dall'impiego del pigmento azzurrite, portando alla luce leganti organici trecenteschi e interventi di ridipintura di cui non si conserva alcuna traccia nei registri dell'Archivio di Stato.

Il confronto tra il dato fisico rilevato in situ e la documentazione storica evidenzia un disallineamento sostanziale. Se la storiografia artistica si è fondata per decenni sui capitolati d'appalto, sui registri di restauro e sulle memorie d'archivio relative ai cantieri di conservazione successivi, la diagnostica ottica non invasiva dimostra come la materia conservata reciti una storia ben più articolata. L'ingegneria dei materiali applicata al patrimonio culturale permette oggi di misurare la risposta spettrale di ogni singolo pixel dell'intonaco, quantificando le alterazioni chimiche e identificando la presenza di sostanze organiche con un margine di precisione millimetrico.

La diagnostica iperspettrale e la fisica della riflettometria UV-NIR

La tecnica della scansione iperspettrale opera misurando la riflettanza spettrale della superficie pittorica continuo lungo decine di bande spettrali strette e contigue. Mentre la fotografia tradizionale raccoglie informazioni limitate alle lunghezze d'onda del visibile (suddivise nei canali rosso, verde e blu), l'analisi UV-NIR estende la risposta fotonica dall'ultravioletto (300-400 nm) fino all'infrarosso vicino e a onde corte (fino a 2500 nm). Questa estensione dello spettro elettromagnetico è fondamentale per la caratterizzazione dei pigmenti minerali e dei leganti organici.

Nel campo dell'ultravioletto indotto, la fluorescenza emessa dai materiali consente di mappare lo stato di degrado delle protettive superficiali, l'eventuale presenza di vernici stratificate e la resa di specifici leganti. Nel campo dell'infrarosso vicino (NIR), la radiazione elettromagnetica penetra gli strati più superficiali della pittura, superando l'opacità di eventuali sostanze alteratrici o vernici ingiallite. A lunghezze d'onda superiori ai 1000 nanometri, i fotoni interagiscono con le bande di assorbimento molecolare caratteristiche dei leganti organici (dovute alle vibrazioni dei legami C-H, O-H e N-H) e con i reticoli cristallini dei pigmenti inorganici, permettendo una discriminazione molecolare senza alcun prelievo distruttivo di campioni.

La chimica dell'azzurrite e la tecnica a secco di Giotto

Nel cantiere padovano, uno degli elementi tecnici di maggiore complessità risiede nell'impiego dell'azzurrite, un carbonato basico di rame ($2CuCO_3 \cdot Cu(OH)_2$). A differenza di altri pigmenti stesi direttamente sull'intonaco fresco (a buon fresco), l'azzurrite veniva tradizionalmente applicata "a secco". Il rame presente nel pigmento reagirebbe infatti negativamente con l'ambiente altamente alcalino dell'idrossido di calcio della calce spenta, virando rapidamente verso tonalità verdastre a causa della trasformazione in malachite o atacamite.

Per garantire l'adesione del pigmento al supporto murario già asciutto, Giotto e la sua bottega dovettero impiegare matrici leganti di natura organica. L'analisi condotta mediante spettroscopia iperspettrale nel campo infrarosso ha identificato le firme spettrali riconducibili a emulsioni proteiche e lipidiche tipiche della tempera all'uovo e delle colle d'ossa. Le mappe di distribuzione spaziale del legante rivelano una varietà di stesura non omogenea, calcolata per calibrare la densità del pigmento e la riflessione della luce sulla parete.

In aggiunta alle componenti trecentesche originarie, le curve di assorbimento rilevate tra i 1400 e i 2200 nanometri hanno evidenziato la sovrapposizione di sostanze fissanti e integrative stese in epoche successive. Si tratta di ridipinture e interventi di consolidamento e ripristino cromatico eseguiti con leganti differenti, la cui composizione molecolare non trova corrispondenza in alcun documento storico conservato negli archivi pubblici o ecclesiastici. L'assenza di dati d'archivio su tali interventi suggerisce l'esecuzione di interventi manutentivi "invisibili" o non catalogati, effettuati nel corso dei secoli per arginare la tendenza del pigmento a secco a spolverare e distaccarsi dal supporto.

Discrepanze tra le fonti d'archivio e le evidenze materiali

L'incrociamento tra la storiografia fondata sulle carte dell'Archivio di Stato di Padova e i risultati forniti dalle tecnologie di diagnostica fisica mostra i limiti dell'approccio squisitamente documentale nello studio della pittura murale medievale. I documenti scritti tramandano prevalentemente le fasi di grande ristrutturazione finanziaria, le commissioni istituzionali o le perizie di restauro ufficializzate a partire dal XIX secolo. Tuttavia, la materia conservata sulle pareti della cappella conserva la traccia oggettiva di micro-interventi, fissaggi e ridipinture di restauro eseguiti al di fuori dei canali contabili o istituzionali.

I dati forniti dalla riflettometria evidenziano come la stesura dell'azzurrite non sia uniforme su tutto il ciclo. In punti specifici delle campiture, la risposta ottica dimostra la presenza di ridipinture eseguite con pigmenti a base di rame sintetizzati in epoche successive, stesi per mascherare cadute di pellicola pittorica causate dall'umidità di risalita. La caratterizzazione chimico-fisica esclude che tali integrazioni appartengano al cantiere trecentesco, collocandole in una fase intermedia di conservazione di cui si era persa la memoria storica.

Microfotografia a riflettografia infrarossa e analisi stratigrafica

La validazione metodologica di queste scoperte si fonda sul rilievo microfotografico ad alta risoluzione in riflettografia infrarossa. L'integrazione tra la scansione iperspettrale a larga scala e la microfotografia di dettaglio con scala millimetrica di riferimento ha permesso di isolare le singole crepe dell'intonaco (craquelure) e di analizzare la penetrazione dei materiali di restauro all'interno delle fratture dello strato di intonachino.

Nelle immagini ottenute a lunghezze d'onda superiori ai 1000 nm, l'azzurrite originaria mostra un comportamento ottico nettamente distinto dalle ridipinture storiche. Mentre il pigmento originale conserva una granularità disomogenea con particelle di granulometria differente per ottimizzare la rifrazione della luce naturale, i ritocchi successivi presentano una struttura particellare più fine e una risposta nell'infrarosso uniforme, indicativa dell'uso di pigmenti macinati industrialmente o semisintetici.

Parametro Analitico Intervallo Spettrale (UV-NIR) Evidenza Diagnostica Rilevata Fluorescenza UV 300 – 400 nm Mappatura delle sostanze organiche superficiali e protettivi non originali. Riflettanza Visibile (VIS) 400 – 700 nm Caratterizzazione cromatico-spettrale del pigmento d'azzurrite e alterazioni superficiali. Infrarosso Vicino (NIR) 700 – 1100 nm Trasparenza dello strato pittorico ed evidenziazione del disegno preparatorio (underdrawing). Infrarosso ad Onde Corte (SWIR) 1100 – 2500 nm Identificazione delle bande di assorbimento dei leganti organici (uovo/colla) e ridipinture non documentate.

Protocolli d'intervento e conservazione preventiva

I risultati ottenuti mediante l'analisi iperspettrale pongono le basi per una revisione metodologica dei protocolli di restauro e conservazione preventiva delle pitture murali trecentesche. Riconoscere l'esatta natura chimica dei leganti degradati e identificare con precisione la presenza di integrazioni pittoriche non registrate negli archivi evita l'impiego di solventi o consolidanti aggressivi durante le fasi di pulitura.

L'infrastruttura di ricerca sviluppata per il rilievo del ciclo padovano dimostra come la fisica dello stato solido e l'ottica applicata rappresentino strumenti imprescindibili per la tutela del patrimonio culturale. L'opera d'arte non viene più considerata esclusivamente come una superficie formale o un documento storico, ma come un sistema fisico-chimico complesso in continua evoluzione, le cui stratificazioni reali possono essere lette e decodificate unicamente attraverso la misurazione rigorosa dei parametri di materia e di luce.