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Il blu di Badakhshan nella Cattedrale di San Bavone: il restauro chimico dell'Agnello Mistico di Van Eyck

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Il blu di Badakhshan nella Cattedrale di San Bavone: il restauro chimico dell'Agnello Mistico di Van Eyck

Sotto le lenti di un microscopio ottico ad alta risoluzione, la superficie pittorica del Polittico dell'Agnello Mistico (1432) rivela la trama molecolare della pittura fiamminga del Quattrocento. Nell'impostazione metodologica condotta dai restauratori del Royal Institute for Cultural Heritage (KIK-IRPA) presso il Museo di Belle Arti (MSK) di Gand, prima del ricollocamento definitivo nella Cattedrale di San Bavone, ogni centimetro quadrato delle tavole dipinte da Jan van Eyck e dal fratello Hubert è stato sottoposto a un vaglio analitico rigoroso. Il punto focale delle indagini più recenti ha riguardato l'identificazione microscopica e la caratterizzazione chimica del pigmento azzurro impiegato per le mantellature della Vergine, di San Giovanni Battista e per le campiture del paesaggio celeste. Le analisi micro-spettrofotometriche hanno confermato la presenza di lapislazzuli naturale ad alta purezza, un silicato complesso contenente zolfo appartenente al gruppo dei sodaliti, estratto nelle cave di Sar-e-Sang, nella provincia del Badakhshan, situata nell'odierno Afghanistan settentrionale.

L'analisi micro-spettrofotometrica e la struttura del pigmento

La caratterizzazione dei pigmenti mediante micro-spettrofotometria nella regione del visibile e del vicino infrarosso, abbinata alla spettrometria di fluorescenza a raggi X (XRF) e alla micro-spettroscopia Raman, ha consentito di distinguere con precisione scientifica il blu oltremare vaneyckiano dalle alterazioni e dalle ridipinture sovrapposte nel corso dei secoli. La molecola responsabile della colorazione azzurra è la lazurite, la cui struttura cristallina intrappola l'anione radicale trisolfuro. La micro-spettrofotometria misura la riflettanza spettrale su aree del dipinto dell'ordine dei micrometri, registrando la banda d'assorbimento caratteristica dell'oltremare attorno ai 600 nanometri.

I dati raccolti sul Polittico di Gand hanno evidenziato come Jan van Eyck non si sia limitato a stendere il pigmento grezzo, ma abbia applicato una raffinata tecnica di stratificazione: una stesura di fondo a base di azzurrite, un carbonato basico di rame di provenienza europea, sormontata da velature successive di lapislazzuli finissimo legato con olio essiccativo chiarificato. Questa sovrapposizione stratigrafica consentiva al pittore di calibrare la rifrazione della luce attraverso la pellicola pittorica, massimizzando la saturazione del colore e ottimizzando l'impiego del materiale, dato l'elevato valore commerciale della pietra d'oltremare nel mercato tardo-medioevale.

La rotta del Badakhshan: evidenze analitiche e reti commerciali

La conferma analitica della presenza del lapislazzuli afghano sulle tavole di San Bavone costituisce una prova tangibile dell'efficienza e della continuità delle rotte commerciali transcontinentali che legavano il Nord Europa al continente asiatico nel XV secolo. Le miniere di Sar-e-Sang nel Badakhshan, attive da millenni e situate lungo le direttrici settentrionali della Via della Seta, rappresentavano la sola fonte conosciuta di lapislazzuli d'alta qualità durante il Medioevo e il Rinascimento.

L'itinerario del minerale prevedeva l'estrazione nelle vallate dell'Hindu Kush, il trasporto carovaniero attraverso la Persia e la Siria, e l'arrivo nei porti del Levante mediterraneo, in particolare ad Aleppo, Tripoli e San Giovanni d'Acri. Da questi scali, i mercanti veneziani e genovesi caricavano i blocchi grezzi sulle galee dirette in Italia e nei mercati delle Fiandre. Bruges, porto fluviale ed emporio finanziario del Ducato di Borgogna, fungeva da snodo centrale per la distribuzione delle merci esotiche nell'Europa settentrionale. Jan van Eyck, in qualità di pittore di corte del duca Filippo il Buono, aveva un accesso privilegiato a questi mercati d'oltremare, dove il lapislazzuli veniva scambiato a un prezzo per grammo equivalente o superiore a quello dell'oro.

La ricerca chimica condotta dal KIK-IRPA dimostra che il minerale giungeva nelle officine fiamminghe sotto forma di blocchi non lavorati. Il processo di estrazione del pigmento puro richiedeva la macinazione della pietra e la successiva purificazione tramite la tecnica della pastiglia: il lapislazzuli tritato veniva impastato con una miscela di resine, cera d'api e olio, per poi essere lavato in una soluzione acquosa tiepida. I granuli di lazurite si separavano per gravità dalle impurità silicate e piritiche, restituendo la frazione più pura del blu oltremare.

La rimozione delle ridipinture e la restituzione della superficie originale

Uno degli aspetti più complessi del restauro dell'Agnello Mistico ha riguardato la bonifica delle estese ridipinture cinquecentesche. Nel 1550, i pittori Lancelot Blondeel e Jan van Scorel furono incaricati di pulire e ritoccare il polittico; durante quell'intervento, vaste porzioni del pigmento vaneyckiano furono coperte da campiture ad olio opache per nascondere danni superficiali o per adeguare l'opera al gusto dell'epoca.

Grazie all'uso combinato della mappatura ad adroni e della micro-fluorescenza X macroscopica (MA-XRF), i ricercatori sono stati in grado di analizzare gli strati sovrapposti senza intaccare la materia originale. La rimozione microscopica dei ridipinti, effettuata mediante bisturi ad alta precisione e solventi in gel ad azione controllata, ha riportato alla luce oltre il 70% delle stesure vaneyckiane originali che si ritenevano coperte. La resa cromatica del lapislazzuli originale è riemersa con chiarezza chimica, rivelando la stabilità del pigmento minerale, rimasto inalterato dal punto di vista cristallografico a distanza di quasi sei secoli dalla sua applicazione.

Integrazione pittorica e micro-tecnica del tratteggio

Nelle fasi conclusive del restauro, il consolidamento delle lacune e la reintegrabilità dell'immagine hanno richiesto un approccio metodologico conforme ai principi della conservazione moderna. L'inquadratura macroscopica attraverso il microscopio stereo-ottico orientato direttamente sulla pellicola pittorica guida il lavoro dei restauratori. L'operatore interviene sulle lacune dello strato di preparazione e del colore applicando la tecnica del tratteggio, ovvero la stesura di tratti paralleli verticali composti da pigmenti minerali stabili sospesi in leganti reversibili ad acquerello o vernice.

Sotto ingrandimento ottico, i tratti di colore non cercano di simulare la continuità della pennellata ad olio di Van Eyck, ma creano un'illusione ottica di continuità cromatica a distanza di visione naturale, mantenendo al contempo la distinguibilità dell'intervento di restauro a livello macroscopico. L'uso di pigmenti minerali puri a composizione controllata garantisce che la reintegrazione non subisca viraggi cromatici nel tempo, rispettando l'equilibrio fisio-chimico del supporto in legno di quercia e degli strati pittorici quattrocenteschi.

Documentazione scientifica e conservazione preventiva

L'integrazione delle metodologie chimico-fisiche nel restauro della Cattedrale di San Bavone segna un punto fermo nell'analisi dei manufatti del Rinascimento fiammingo. La mole di dati iperspettrali e micro-spettrofotometrici raccolti durante il cantiere è stata inserita in un database gestito dal KIK-IRPA e accessibile alla comunità scientifica internazionale tramite il progetto Closer to Van Eyck.

L'evidenza documentale fornita dalle analisi sui pigmenti chimici non solo precisa la cronologia esecutiva del polittico, ma riafferma il valore del patrimonio artistico come archivio materiale delle relazioni economiche globali del XV secolo. Il recupero del blu oltremare di Badakhshan nella cappella di San Bavone restituisce all'osservatore la consistenza materiale e storica di un'opera in cui la scienza dei materiali e la maestria tecnica si fondono in una rigorosa testimonianza del Quattrocento europeo.