Arte

La diagnostica molecolare sulla Maestà di Duccio: la scienza quantitativa applicata al capolavoro di Siena

Di

La diagnostica molecolare sulla Maestà di Duccio: la scienza quantitativa applicata al capolavoro di Siena

L'analisi molecolare non invasiva sul capolavoro del 1308

Il riassetto conservativo della Maestà di Duccio di Buoninsegna, commissionata nell'ottobre del 1308 e ultimata nel 1311 per l'altare maggiore della Cattedrale di Santa Maria Assunta a Siena, rappresenta uno dei punti più avanzati nell'incontro tra storia dell'arte medievale e fisica della materia. Attualmente custodita presso il Museo dell'Opera del Duomo di Siena, la grande pala d'altare a doppio tondo costituisce il fulcro della pittura trecentesca senese. Oggi, la valutazione dello stato di conservazione delle superfici dipinte e la caratterizzazione dei materiali originali non dipendono più dal prelievo micro-distruttivo di campioni di materia, bensì dall'applicazione di metodologie diagnostiche ottiche di ultima generazione, guidate dalla spettrometria di riflettanza molecolare.

La spettrometria di riflettanza molecolare, integrata con sistemi di imaging iperspettrale nel visibile e nel vicino infrarosso (VNIR e SWIR), consente di analizzare la risposta spettrale della superficie pittorica in modo completamente non invasivo. L'interazione tra i fotoni emessi da sorgenti luminose calibrate e la struttura atomica dei pigmenti genera curve di riflettanza uniche per ogni sostanza chimica presente sulla tavola. Questo approccio analitico permette ai fisici applicati ai beni culturali e ai restauratori di mappare con precisione millimetrica l'estensione dei pigmenti, la presenza di leganti organici, le vernici sovrapposte nei restauri storici e i prodotti di degrado chimico, mantenendo la totale integrità dell'opera senza alcun contatto meccanico con la superficie.

La chimica del lapislazzuli afghano e la stratigrafia tessile della Vergine

Uno dei risultati più rilevanti emersi dall'analisi con spettrometria di riflettanza riguarda la caratterizzazione chimica e mineralogica dei pigmenti blu impiegati da Duccio di Buoninsegna per il manto della Vergine. I dati spettrali hanno confermato l'impiego di oltremare naturale di altissima purezza, ottenuto tramite la macinazione e la complessa purificazione del lapislazzuli. La firma assorbitiva della lazurite, componente mineralogico fondamentale del lapislazzuli, mostra una banda caratteristica intorno ai 600 nanometri con specifiche flessioni nell'infrarosso molecolare che permettono di tracciare l'origine geologica della materia prima. Nel caso della Maestà, i parametri spettrali coincidono con i giacimenti storici di Badakhshan, situati nell'odierno Afghanistan nord-orientale, confermando l'incredibile catena di approvvigionamento commerciale che nel XIV secolo legava la Repubblica di Siena ai mercati orientali.

L'indagine molecolare ha inoltre permesso di analizzare la stratigrafia sottostante il manto blu senza intaccare gli strati pittorici originali. Attraverso la riflettografia infrarossa ad alta risoluzione spettrale, i ricercatori hanno potuto penetrare la pellicola di lapislazzuli e la stesura a tempera all'uovo, evidenziando il disegno preparatorio eseguito a pennello con inchiostro carbonioso. Le scansioni mostrano la presenza di un primo strato di preparazione a base di gesso e colla animale, seguito da una stesura fondo di azzurrite o terra verde applicata per dare profondità cromatica e ridurre la quantità del preziosissimo lapislazzuli necessario al completamento dell'opera. Questa sequenza stratigrafica rivela l'organizzazione rigorosa del cantiere di Duccio, dove le scelte materiali rispondevano sia a precise esigenze tecniche sia a precisi bilanci economici stabiliti dall'Opera di Santa Maria.

Oro, punzoni e micro-scansioni: l'ingegneria del dettaglio della scuola senese

Oltre all'analisi dei pigmenti minerali e organici, la diagnostica fotonica applicata alla Maestà focalizza l'attenzione sulle parti metalliche e sulle dorature a foglia d'oro che decorano il fondo e le aureole dei santi. Sotto il profilo strutturale, la lavorazione del fondo oro nella pittura senese del 1308 richiedeva la preparazione del bolo armeno, una terra argillosa rossastra applicata sopra il gesso per fornire una base plastica e calda alla foglia d'oro zecchino, battuta manualmente fino a raggiungere spessori microscopici. Successivamente, gli artigiani della bottega di Duccio impreziosivano le superfici auree mediante l'uso di punzoni in bronzo o ferro, impressi direttamente sul fondo morbido prima dell'asciugatura definitiva.

L'utilizzo combinato del microscopio ottico a scansione laser e della profilometria ottica priva di contatto fisico ha permesso di rilevare con risoluzione sub-micrometrica le impronte di ciascun punzo sul manto della Vergine e sulle aureole. Le scansioni tridimensionali ad alta frequenza misurano la profondità e la morfologia delle incisioni senza esercitare alcuna pressione meccanica. Attraverso la ricostruzione numerica dei punti di pressione, gli studiosi hanno isolato la sequenza di utilizzo dei diversi strumenti da banco utilizzati nella bottega trecentesca. Questa tracciabilità ottica permette di distinguere la mano di Duccio da quella dei suoi collaboratori diretti, definendo con accuratezza scientifica le dinamiche di suddivisione del lavoro all'interno del cantiere pittorico.

Economia della conservazione e protocolli scientifici per il patrimonio europeo

L'integrazione della diagnostica quantistica non invasiva nei programmi di tutela del patrimonio artistico rappresenta un modello per la gestione delle collezioni museali a livello europeo. L'analisi della Maestà di Duccio al Museo dell'Opera di Siena dimostra come la convergenza tra strumentazioni scientifiche d'avanguardia e storiografia dell'arte consenta di abbattere i rischi legati al degrado dei materiali, ottimizzando al contempo le risorse economiche destinate agli interventi di restauro conservativo. La possibilità di diagnosticare processi di alterazione chimica precoce, quali la solfatazione del gesso o la degradazione dei leganti proteici, permette di programmare interventi di conservazione preventiva altamente mirati, evitando restauri invasivi ed estremamente costosi.

Il valore economico di un'opera come la Maestà non si misura unicamente nella stima assicurativa del capolavoro, ma nella sua capacità di generare ricerca scientifica e innovazione tecnologica per l'intera filiera del restauro. Le metodologie validate a Siena sui pigmenti e sulle dorature del Trecento definiscono nuovi standard per gli istituti di conservazione internazionali. Attraverso banche dati spettrali ad altissima precisione, le informazioni fisiche e chimiche raccolte sulla pala d'altare diventano un bene permanente, accessibile agli studiosi di tutto il mondo, garantendo la trasmissione materiale del patrimonio culturale alle generazioni future sulla base di dati certi e riproducibili.