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Pala di San Zeno di Andrea Mantegna: la diagnostica XRF e la meccanica del telaio ligneo del 1459

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Pala di San Zeno di Andrea Mantegna: la diagnostica XRF e la meccanica del telaio ligneo del 1459

Nel panorama della conservazione dei beni culturali del 2026, la determinazione del valore delle opere d'arte si fonda su parametri rigorosamente materiali e scientifici. Il rilievo di un capolavoro del Rinascimento italiano non dipende più esclusivamente dalla storiografia tradizionale o dall'attribuzione stilistica, ma si misura attraverso l'infrastruttura di analisi diagnostiche avanzate in grado di decodificare la materia fisica. La Pala di San Zeno di Andrea Mantegna, conservata nella Basilica di San Zeno a Verona, rappresenta uno dei casi di studio più complessi per quanto riguarda la convergenza tra tecnologia analitica non invasiva, chimica dei pigmenti e ingegneria dei supporti lignei.

Realizzata tra il 1456 e il 1459 su commissione dell'abate Gregorio Correr, la Pala di San Zeno costituisce un momento di svolta fondamentale nella storia dell'arte occidentale. Per la prima volta, la struttura intagliata della cornice e la spazialità dipinta sulle tavole vennero concepite come un unico sistema architettonico e prospettico. L'attuale campagna di indagine diagnostica, condotta con strumenti ad altissima precisione, ha permesso di mappare con accuratezza microscopica la composizione chimica delle superfici pittoriche e la risposta strutturale del telaio originale del 1459, fornendo dati oggettivi fondamentali per i protocolli di conservazione preventiva.

La diagnostica scientifica e la spettrometria a fluorescenza XRF

L'impiego della spettrometria a fluorescenza di raggi X (XRF) ha fornito la mappa elementale dei pigmenti stesi da Mantegna e dalla sua bottega. La tecnologia XRF, funzionando mediante la misurazione delle radiazioni X secondarie emesse dagli atomi del materiale pittorico quando sollecitati da una sorgente primaria ad alta energia, permette di identificare gli elementi chimici con numero atomico superiore al sodio senza richiedere alcun prelievo di campioni dal dipinto.

Le misurazioni effettuate sui settori cromatici dei manti della Vergine e dei santi hanno rilevato una presenza massiccia di alluminio, silicio, zolfo e sodio, combinati con tracce caratteristiche di pirite e calcite. Questa precisa impronta chimica conferma in modo inequivocabile l'impiego di lapislazzuli naturale di alta qualità, proveniente dalle miniere storiche del Badakhshan e impiegato nel 1459. La concentrazione dell'elemento ferro, associata ai cristalli di pirite dispersi nella matrice della matrice azzurra, ha permesso di differenziare nettamente le stesure autografe di Mantegna dai successivi interventi di ritocco o integrazione eseguiti nei secoli seguenti.

L'analisi XRF ha inoltre evidenziato come Mantegna abbia calibrato la stesura del lapislazzuli applicando campiture sovrapposte su una base composta da azzurrite e bianco di piombo (biacca). Questo stratagemma tecnico non solo garantiva una stabilità meccanica superiore del film pittorico, ma sfruttava l'indice di rifrazione del minerale lapislazzulo per ottenere una saturazione cromatica di eccezionale intensità, mantenutasi inalterata nella sua struttura cristallina originaria.

La riflettometria a raggi infrarossi e l'anatomia della stesura pittorica

Accanto alla caratterizzazione chimica dei pigmenti, la riflettometria a raggi infrarossi (IRR) a banda stretta ha consentito di penetrare i livelli superficiali della pellicola pittorica, rendendo visibili gli strati preparatori e il disegno sottostante. La radiazione infrarossa, attraversando i pigmenti che risultano trasparenti a determinate lunghezze d'onda, viene assorbita dai materiali a base carboniosa utilizzati per il disegno preparatorio, riflettendosi sul gesso e colla della preparazione sottostante.

L'indagine riflettografica condotta sul dettaglio della superficie pittorica del manto ha messo in luce la straordinaria precisione del tratto di Mantegna. L'artista ha utilizzato un disegno a tratto sottilissimo, eseguito a pennello con inchiostro carbonioso, integrato da un tratteggio incrociato per definire i volumi e i passaggi chiaroscurali primari. Le immagini IRR rivelano una sicurezza esecutiva quasi priva di pentimenti sostanziali, confermando come la pianificazione della composizione rispondesse a rigidi calcoli geometrici e prospettici stabiliti preventivamente su carta.

Dalle scansioni ad alta risoluzione è emerso inoltre il metodo con cui Mantegna ha gestito i panneggi e le pieghe rigide del manto, tipiche del suo stile scultoreo. L'artista ha delimitato le zone di massima luce incidendo direttamente la preparazione ancora fresca con uno stilo metallico, creando guide fisiche necessarie a mantenere l'allineamento prospettico delle figure in relazione al punto di fuga unico della pala, posizionato all'altezza degli occhi dell'osservatore al centro del loggiato dipinto.

La meccanica del telaio e la carpenteria rinascimentale del 1459

Un elemento centrale per la comprensione della Pala di San Zeno riguarda la sua infrastruttura lignea. La pala non è un semplice supporto per la pittura, ma una complessa macchina meccanica e architettonica. L'indagine radiografica ad alta penetrazione e la misurazione delle tensioni strutturali hanno analizzato la carpenteria del telaio in legno di pioppo e abete, intagliato originariamente da ebanisti veneti su disegno diretto di Mantegna.

La struttura meccanica del telaio è composta da un sistema di traversature e giunti a incastro intagliati a mano, concepiti per assecondare i naturali movimenti igrometrici del legno senza scaricare le tensioni interne sulle tavole dipinte. L'analisi dello stato di conservazione delle giunzioni ha mostrato come le zeppe in legno e le caviglie originali del 1459 abbiano garantito una stabilità meccanica costante nel corso di oltre cinque secoli, limitando l'insorgere di crepature o deformazioni lungo i piani di unione dei teli di pioppo.

La continuità tra le colonne intagliate della cornice esterna e i pilastri dipinti sulla superficie delle tavole richiedeva una tolleranza millimetrica. Gli esami condotti nel 2026 dimostrano che Mantegna e la sua bottega progettarono il telaio con un margine di dilatazione controllata, inserendo elementi di scorrimento laterale che hanno preservato l'integrità del supporto anche durante le variazioni microclimatiche storiche registrate all'interno della basilica veronese.

Scienza della conservazione e infrastruttura del valore nel 2026

La catalogazione e l'analisi della Pala di San Zeno dimostrano come la scienza della conservazione sia diventata una disciplina fondamentale per quantificare lo stato di salute e la conservazione del patrimonio storico-artistico. La combinazione di dati XRF, riflettometria infrarossa e analisi fisico-meccaniche dei supporti consente di definire modelli predittivi sul comportamento futuro dei materiali, evitando interventi invasivi e garantendo un monitoraggio continuo basato su parametri fisici certi.

Il valore tangibile dell'opera di Andrea Mantegna non risiede soltanto nel suo significato storico e figurativo, ma nella perfetta conservazione della sua materia fisica. La presenza documentata e misurata dei pigmenti di lapislazzuli del 1459 e l'efficienza della carpenteria originale confermano la Pala di San Zeno come un'opera chiave in cui il rigore scientifico della tecnica rinascimentale si unisce alla massima precisione della diagnostica contemporanea.